16 dicembre 2009

La città

Posted in Racconti tagged a 8:51 am di kreaton

Ho aggiunto un racconto, “La città”.
Non lo pubblico per intero in questo messaggio perché è troppo lungo, se vi interessa potete leggerlo in questa pagina.

Pubblico qui l’inizio:

1 – Giorno
Era un grigio mattino di quelli che preannunciano giorni e giorni di pioggia in autunno. Era autunno? Non credo.
Il cielo era pesante, le nuvole sembravano piombo. La città, privata dei suoi colori, mi pareva deserta. Sedute dietro di me erano delle statue di marmo, ingrigito dallo smog, ma non c’erano auto.
Sentii alle mie spalle lo scalpiccio di una corsa, mi voltai. Nulla.
D’improvviso mi sentii prendere da un’ansia strana e volli lasciare quel luogo. Conoscevo la strada per abbandonare la città e la seguii, ma più mi allontanavo dal centro e più mi avvicinavo alla decadenza e sempre più spesso mi scoprivo a girarmi per cercare la fonte di quel suono misterioso di passi, che ancora ed ancora si ripeteva.
Giunsi infine davanti ad un capannone d’un rosso smorto, corroso dalle piogge e lavato dai fumi della città.
Vi entrai, perché non potevo più resistere al grigiore e dimenticai di avere sognato i boschi che certo si estendevano al di fuori della città – se la città aveva fine.
Il grosso fabbricato, un magazzino, era vuoto ed ampio. Le sue finestre, per lo più sostituite e chiuse da assi, avevano quasi tutte già da tempo riversato il loro carico di vetri rotti sul pavimento di cemento grigio e sporco.
La sensazione non di essere seguita, ma che qualcuno fosse comunque presente a pochi passi da me non si era che acuito al mio ingresso.
Stesi la mia giacca a terra in un angolo e mi apprestai dormendo ad aspettare la notte, che almeno avrebbe nascosto il giorno.

continua qui

12 dicembre 2009

Risveglio

Posted in Racconti tagged a 11:09 pm di kreaton

Mi svegliai sulla cima di un gigantesco albero. Mille voci intonavano una melodiosa armonia.
Guardai verso l’alto, ed il cielo era limpido e terso.
Guardai verso il basso e sotto di me era il verde immutabile delle fronde degli alberi, poiché nel bosco era sempre estate. E mentre scrutavo verso il mare smeraldino vidi, o così mi parve, come quando un lampo rischiara la notte e si vede solo per un istante il mondo, l’immagine di una guerra, di un massacro, che mi riempì l’anima di spavento.
Ma quando tornai a guardare tutto era calmo ed il terreno in cui gli alberi secolari sprofondavano le loro radici era nascosto dal verde fogliame.

Così, spinto da una morbosa curiosità, incominciai a discendere.
Mille voci mi gridarono di non proseguire, in un disperato mormorio.
Ma io non le ascoltavo.
Di ramo in ramo procedevo sempre più svelto, le mie membra sembravano farsi più leggere nella caduta. Trascorsi gli eoni senza che io mi fermassi e senza che mi fosse dato di vedere il suolo, il bosco era silenzioso. Mi fermai a riposare e l’aria fu rotta da un grido.

Guardai verso il basso.
Acciaio cozzava contro acciaio, uomini ne calpestavano altri, agonizzanti, e neanche lì c’era la morte, mancando con lei il riposo. Stetti immobile, pietrificato da quel orrore, finché i miei occhi non ne furono pieni, la mia mente soggiogata. Quindi cominciai la risalita, carico di un nuovo fardello. Il mio corpo, prima di carne, era ora marmoreo, e mi trascinava verso il basso.
Ma resistetti e finalmente tornai al punto da cui ero partito quel giorno funesto.

La musica era finita.
E seppi che l’inverno era alle porte.

L’eroe

Posted in Racconti tagged a 12:40 pm di kreaton

L’eroe venne portato alla forca, ad Amos.
E prima dell’esecuzione gli venne data, ultimo desiderio, la possibilità di parlare alla folla.
“Ascoltate, gente della fertile valle di Amos!
Io per voi sono un mostro e sì, ho ucciso molti dei vostri figli, ed ai figli strappai i genitori.
Ma forse non fu la mia una vendetta, simile a quella che voi volete prendervi oggi, sulla pubblica piazza e non sul campo di battaglia come fu per me?
Non è forse questa guerra simile ad un cerchio, che non ha fine né inizio, ma si ripete all’infinito?
Quando infatti ha avuto inizio questo massacro? Come? Nessuno ormai lo ricorda. Ognuno combatte per vendicare un fratello, un padre, creando nuovi orfani che impugnino la spada.
Questa violenza non avrà mai fine. Giustiziandomi, voi vi macchiate agli occhi dei miei dello stesso delitto per cui ora sconto la mia condanna. Non ci sarà mai fine.”

Tutti in quel luogo fra di loro annuirono, il boia tirò la leva, e la botola sotto l’impiccato si aprì.

11 dicembre 2009

Sanitarium

Posted in Racconti tagged a 7:23 pm di kreaton

Sul desertico e freddo piano che s’affaccia sul lago oscuro ho portato il mio passo. Finchè l’eterno inverno è durato sono rimasta lì ad osservare la luna e le stelle riflettersi sul manto madreperlaceo della neve. Sulla sponda opposta del lago sorgono, solo la notte, imponenti statue argelefantine, di dimensioni tali da essere visibili da ogni punto dell’immensa valle, sullo sfondo di magnifici palazzi argentei dalle molte cupole cristalline.
Questa è la città perduta, Edimith dei ghiacci, e questo è il freddo. Nell’altopiano di Amos, situato così in alto che coloro che vi abitano sono i primi a veder sorgere il sole e gli ultimi a vederlo scomparire, ed al contempo è così vicino al centro della terra che il suolo è scaldato da strane correnti segrete di magma, stava un bosco di querce, le radici delle quali non cercavano l’acqua, bensì la lava. E chi avesse mangiate le loro ghiande avrebbe goduto della maledizione dell’immortalità.
Ho toccato con mia mano la pietra, sentito l’acciaio sulla mia pelle, visto i colori dell’eterna estate di Amos tramutarsi in quelli autunnali, mentre il mio sangue scorreva e la terra si tingeva di Cremisi, quasi il fuoco un tempo celato ne fosse fuoriuscito. Ho osservato con rimpianto la foresta splendere per molte notti consecutive.
Questo era il bosco immortale di Amos, e questo è il caldo.
Mi trovo ora in una stanza, credo. Sferica, lattea, illuminata da una luce soffusa e morbida, morbida come le pareti della stanza, ma non vedo fuochi o candele. Non so da quanto non dormo, da quanto non  dormo, non so se il tempo esiste.
Lo fate perché credete che sia la cosa migliore per me, ma, vi prego, non continuate. Vi prego, fatemi uscire.

Sul desertico e freddo piano che s’affaccia sul lago oscuro ho portato il mio passo. Finchè l’eterno inverno è durato sono rimasta lì ad osservare la luna e le stelle riflettersi sul manto madreperlaceo della neve. Sulla sponda opposta del lago sorgono, solo la notte, imponenti statue argelefantine, di dimensioni tali da essere visibili da ogni punto dell’immensa valle, sullo sfondo di magnifici palazzi argentei dalle molte cupole cristalline.Questa è la città perduta, Edimith dei ghiacci, e questo è il freddo. Nell’altopiano di Amos, situato così in alto che coloro che vi abitano sono i primi a veder sorgere il sole e gli ultimi a vederlo scomparire, ed al contempo è così vicino al centro della terra che il suolo è scaldato da strane correnti segrete di magma, stava un bosco di querce, le radici delle quali non cercavano l’acqua, bensì la lava. E chi avesse mangiate le loro ghiande avrebbe goduto della maledizione dell’immortalità.Ho toccato con mia mano la pietra, sentito l’acciaio sulla mia pelle, visto i colori dell’eterna estate di Amos tramutarsi in quelli autunnali, mentre il mio sangue scorreva e la terra si tingeva di Cremisi, quasi il fuoco un tempo celato ne fosse fuoriuscito. Ho osservato con rimpianto la foresta splendere per molte notti consecutive.Questo era il bosco immortale di Amos, e questo è il caldo.Mi trovo ora in una stanza, credo. Sferica, lattea, illuminata da una luce soffusa e morbida, morbida come le pareti della stanza, ma non vedo fuochi o candele. Non so da quanto non dormo, da quanto non  dormo, non so se il tempo esiste.Lo fate perché credete che sia la cosa migliore per me, ma, vi prego, non continuate. Vi prego, fatemi uscire.

16 ottobre 1943

Posted in Racconti tagged , , , a 1:43 pm di kreaton

Chi, chi può dire di aver passato le stesse cose che ho passato io?

Chi può dire di avere visto cose altrettanto tremende?
C’eravate forse voi, quel giorno, a Roma, mentre raccoglievamo l’oro per riscattare la nostra vita? Correndo per le strade del Ghetto e di tutta la città, chiedendo alla gente di darci qualcosa, di salvarci. Avete mai provato l’angoscia che attanagliava i nostri cuori allora, il terrore di non farcela?… Ah, ricordo quanto correvamo, noi, umili sarti, per andare a comprare l’oro con i soldi che forse non sarebbero bastati… E il sollievo quando raggiungemmo la cifra che valeva la nostra vita, la cifra che, pensavamo, ci avrebbe salvato.
Ah, quanta infantile ingenuità in quella corsa, quante speranze..
C’eravate forse voi, quella notte, nel ghetto di Roma? Quando le donne gettavano i bimbi in fasce ai passanti, perfetti sconosciuti, chiedendo loro di salvarli? Conoscete la disperazione? Quando venite strappati dal vostro letto, insieme a vostra madre e alle vostre sorelle, da un uomo in divisa che vi considera solo animali? Siete mai fuggiti per le strette stradine del ghetto, sperando, pregando, che le ombre della notte vi celino, che dietro al prossimo angolo non ci sia uno di loro? E quando sentite quella voce, quell’ordine, e vi si gela il sangue nelle vene? E non riuscite più a correre o a pensare, e venite raggiunti.
Li conoscete i “campi di lavoro”?
Avete mai dovuto obbedire ad ordini in una lingua che non conoscevate, sapendo che un sole errore vi sarebbe costato la vita? Avete mai visto centinaia di persone, rinchiuse come bestiame, aspettando solo di divenire abbastanza numerosi da venire caricati su un treno, un treno che li condurrà ad un orrore ancora peggiore?
C’eravate, su uno di quei treni? Stivati peggio che animali, al freddo, senza cibo, avvicinandosi l’uno all’altro per non gelare, e i corpi dei morti in un mucchio poco distante?
Siete mai stati divisi come bestie, quelli che potevano lavorare da un lato, i vecchi, i bambini e gli storpi dall’altro? Avete visto morire vostro fratello, con la sola colpa d’essere troppo giovane?
Avete mai dovuto camminare in mezzo alla neve, con ai piedi solo degli zoccoli di legno? Avete mai provato la fame, la vera fame? Quando si doveva vivere con una sottile fetta di pane ogni giorno, quando si uccideva per quel poco pane?
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Se vi interessano informazioni sulla raccolta dell’oro di cui parlo, ho trovato questo:
http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/daassociare/visualizza_new.html_790909043.html