La città

1 – Giorno
Era un grigio mattino di quelli che preannunciano giorni e giorni di pioggia in autunno. Era autunno? Non credo.
Il cielo era pesante, le nuvole sembravano piombo. La città, privata dei suoi colori, mi pareva deserta. Sedute dietro di me erano delle statue di marmo, ingrigito dallo smog, ma non c’erano auto.
Sentii alle mie spalle lo scalpiccio di una corsa, mi voltai. Nulla.
D’improvviso mi sentii prendere da un’ansia strana e volli lasciare quel luogo. Conoscevo la strada per abbandonare la città e la seguii, ma più mi allontanavo dal centro e più mi avvicinavo alla decadenza e sempre più spesso mi scoprivo a girarmi per cercare la fonte di quel suono misterioso di passi, che ancora ed ancora si ripeteva.
Giunsi infine davanti ad un capannone d’un rosso smorto, corroso dalle piogge e lavato dai fumi della città.
Vi entrai, perché non potevo più resistere al grigiore e dimenticai di avere sognato i boschi che certo si estendevano al di fuori della città – se la città aveva fine.
Il grosso fabbricato, un magazzino, era vuoto ed ampio. Le sue finestre, per lo più sostituite e chiuse da assi, avevano quasi tutte già da tempo riversato il loro carico di vetri rotti sul pavimento di cemento grigio e sporco.
La sensazione non di essere seguita, ma che qualcuno fosse comunque presente a pochi passi da me non si era che acuito al mio ingresso.
Stesi la mia giacca a terra in un angolo e mi apprestai dormendo ad aspettare la notte, che almeno avrebbe nascosto il giorno.

2 – Notte
Al mio risveglio era buio e qualche liquido caldo era sulla mia mano.
Alla luce di un accendino mi accorsi di essermi tagliata con il vetro. Con lo stesso accendino bruciai un po’ la ferita, anche se non credevo realmente di ottenerne alcun bene. Il dolore sembrava qualcosa di lontano da me.
Tutto era certamente inutile, ma mi sembrava naturale.
Non sapevo se dovevo bendare la mano, non lo feci.
Mi incamminai nella notte non vedevo nulla, ma ancora sapevo la strada, anche se non avevo idea di dove conducesse. Nel buio qualcosa mi fu infilato nella tasca della giacca, sentii sulla guancia il calore di un respiro “Tieni”. Non riuscii a fermare il mio soccorritore prima che scomparisse nelle tenebre. Non mi chiesi se la presenza avvertita durante il giorno fosse lui, perché non avrei saputo rispondermi: è inutile domandarsi qualcosa in questo caso.
Nella tasca trovai una boccetta, e conteneva un olio profumato. Mi sedetti e mi tolsi la giacca. Strappai una manica della mia camicia in delle strisce che, impregnate d’olio, utilizzai per fasciare la mia mano. Ne ebbi un parziale sollievo dal dolore sordo.
Mi rimisi in cammino e vidi, lontano da me e fuori dalla strada – ma ero sicura che la strada fosse quella? – una luce. Mi diressi verso di questa.
A una tavola mangiavano delle persone e non sapevo cosa fossero. Prima mi parvero diversi dagli uomini, ma mi accorsi che soltanto erano molto più umani di qualsiasi cosa avessi mai visto.
Una di loro, una donna, aveva la faccia bianca come la carta su cui scrivo e mi disse:
“Se ti accuccerai per terra come un cane avrai dei nostri avanzi, ma non chiedere nulla di più.”
Gli altri non sembravano vedermi né sentirla, e mi accorsi che lei era come me e non aveva diritto di stare a quella tavola. Mi accucciai in un angolo ed ebbi del cibo.
Molto prima del giorno un torpore mi colse, così mi stesi la mia giacca vicino ad un fuoco per riceverne calore e mi addormentai.

3 – Giorno
Mi svegliò la luce dell’alba.
Mi sembrava che qualcuno mi avesse afferrata, premendo con una mano sulla mia schiena e con l’altra sul petto, poco sopra l’altezza del seno, schiacciandomi. Mi pareva di non poter respirare.
Mi sedei e cercai di calmarmi. Cosa era successo?
Sì, ricordavo della notte precedente… Mi guardai attorno, ma non vidi nessuno, la stanza era vuota, squallidamente normale, come se tutta la grandezza della sera fosse scomparsa con le prime luci.
Poco a poco iniziai a respirare, ma ogni respiro recava con se il dolore del pianto, anche se non sentivo lacrime nei miei occhi. Cercai di respirare profondamente, ignorando il dolore e iniziai a sentire ondate di una disperazione senza nome.
Cosa era andato male, perché mi trovavo lì?
Sbattei più volte la testa contro il muro, o forse desiderai soltanto di farlo, non lo posso dire, perché non sentii dolore. Non capivo perché soffrivo, poi d’un tratto, alzandomi a guardare alla finestra, compresi.
Davanti a me si stendevano i grigi edifici della città, da nessuna parte si poteva vedere il verde. La massima nota di colore era la luce malaticcia e gialla che bagnava le case, come se il sole non avesse voluto splendere. Le case e i tetti si ripetevano uguali, ugualmente disabitati nella loro desolazione.
Desolazione.
Sì, compresi, era questo che mi riempiva, questo il mio rimpianto.
Nel mio animo altro non c’era che la Città.

4 – Giorno
Decisi di farla finita.
Se la mia vita doveva essere un eterno soffocare, un eterno sopportare il peso di calce e cemento, meglio era liberarmi di quella sofferenza. Il cuore mi premeva nel petto, come volendo uscire, e presto l’avrei reso silenzioso, contratto, freddo.
Perché se respirare doveva essere così doloroso, tanto meglio era liberarsi di un corpo che lo doveva fare: meglio non respirare mai più che sudare ogni respiro come fosse il primo vagito di un neonato, un gesto tanto faticoso e tanto alieno.
Iniziai a cercare qualcosa, qualcosa con cui darmi pace, ma non avevo con me un vetro, un coltello, una corda. Avrei potuto strapparmi i vestiti, cercato di farne qualcosa per uccidermi, ma non volevo soffocare: volevo una morta netta, pulita, come il taglio di una lama affilata.
Mi fasciai il braccio con la giacca e spaccai un vetro. Non volevo tagliarmi nel farlo, non volevo ferirmi. Volevo soltanto uccidermi.
Ebbi fortuna. Un grosso pezzo di vetro non si stacco dalla finestra, finendo fuori e cadendo in strada, ma rimase attaccato alla cornice. Con una certa fatica lo staccai, poi, col trofeo della mia caccia, andai nell’angolo dove avevo dormito.
Non so perché non portai a termine il mio intento. Una strana apatia mi prese, e mi addormentai cullando la scheggia di vetro.
Lontano, fra le case, il pianto di un bambino mi fece da ninna nanna.
Ancora mi chiedo se venne mai consolato.

5 – Notte
Mi risvegliò una brezza fredda, e mi accorsi di essere su un tetto basso, circondato da edifici, da cui poco si poteva vedere del cielo. Non ricordavo come ero arrivata lì.
Mi sporsi leggermente oltre il bordo del tetto, e mi sembrò di vedere qualcosa scintillare nel vicolo sottostante e mi accorsi di non avere più la scheggia di vetro.
Tornai a guardare verso il cielo, ed iniziai a contare le stelle, e mentre contavo mi sembrò che un’ombra passasse dietro di me, poco fuori dal mio campo visivo, e sentii che dovevo contare più in fretta, perché non avrei mai potuto finire, per quanto piccola fosse la porzione di cielo davanti ai miei occhi.
Contai, ed era l’unica cosa che potevo fare. E mentre contavo le stelle, una ad una, si spegnevano, come per facilitarmi il compito. E alla fine rimase una sola stella, la meno luminosa di tutte. Poi si spense.
La notte era buia come se la luce non fosse mai esistita e sentii che dovevo muovermi.
C’era un modo per entrare nell’edificio, o per scendere?
Non avevo guardato quando ancora ne avevo la possibilità.
Mi aggrappai al bordo del tetto, lasciando penzolare le mie gambe in cerca di un appiglio, e trovai quello che doveva essere il davanzale di una finestra. Scesi, e mi accorsi che la finestra era quella che avevo spaccato durante la giornata. Mi tagliai, o forse fu la vecchia ferita della mia mano a riaprirsi, e per la prima volta mi parve davvero di sentire il dolore. Qualcosa era dentro la stanza. Caddi.
L’impatto con le pietre della stradina sembrò una benedizione.

6 – Giorno
Era di nuovo giorno.
Credevo, almeno. Ricordavo di avere sognato, o forse di aver creduto di sognare, e nel mio sogno di aver sentito molte figure muoversi, nella notte, attorno a me.
Sì, erano figure d’ombra ed io ero a mia volta ombra per loro, e sussurravano silenziose come se io non ci fossi stata, ma ero certa fossero ben cosce della mia presenza.
Mi alzai a fatica, cercando di dimenticare le visioni notturne.
Qui non c’era mai stato nessuno, né mai qualcuno aveva abitato la città.
Chi poteva vivere in un luogo così isolato?
Come in risposta, sentii nuovamente dei passi dietro di me, come una corsa. Non mi girai, la testa mi doleva troppo. Era normale. Era un giorno come tutti gli altri.
Nulla mi era mai accaduto di strano.
Mi alzai di nuovo, perché mi accorsi di non essere più in piedi.
Con passo, per quanto potessi capire, sicuro, presi la strada che mi sembrava giusto seguire, perché non sapevo dove portasse, ma non sapevo neanche dove io volessi andare, e ciò mi pareva giusto.
Per un attimo mi chiesi se questo ragionamento mi avesse sempre guidata, e mi parve di sì. Poi mi accorsi che non importava, perché soltanto il presente aveva senso.
Mi girai di scatto nel sentire una voce, e sentii il mio corpo protestare al movimento inconsulto. Sentii il fiato di qualcosa sul mio collo, ma non c’era nessuno.
Tornai a girarmi per seguire la strada che avevo scelto, e vidi, posata in un angolo, una bambola di porcellana. E le sue fattezze mi ricordavano quelle della donna alla tavola notturna.
Rimasi paralizzata dalla paura e mi sedetti a terra, terrorizzata dall’idea che la bambola potesse seguirmi se solo avessi cercato di scappare.
Talmente terrorizzata che non potevo distogliere il mio sguardo dalla piccola figura.
Poggiavo la schiena al muro, perchè un qualche rumore non mi facesse voltare, e forse fu così che mi addormentai.

7 – Notte
Era notte di nuovo, e la bambola non era più lì.
Al suo posto, la pallida figura che mi aveva parlato istanti, o secoli, prima alla tavola, nella prima notte del mio cammino. Era accovacciata, la pelle bianca, lo sguardo divertito.
“Mi hai seguito fin qui? Che brava.”
La sua voce era diversa dalla volta precedente, il tono meno altero. Si poteva percepire il divertimento nelle sue parole. Continuò a parlare:
“Cosa credi di fare ora? Chi sei tu?”
E io sentii che l’ultima domanda esigeva una risposta, ma non sapevo quale fosse.
“Ti prego, perdonami. Non sono nessuno, e non ho alcun piano per il futuro. Solo conosco il mio passato, e so che non lo voglio.”
“Sciocco da parte tua. Cosa ti fa credere che il tuo futuro possa essere meglio del tuo passato? Hai conosciuto solo quello. Lo so. Probabilmente era il migliore dei mondi possibili. Torna alla città”
“No.”
“Perché?”
“Perché la città è cemento e pietra. Non cresce. Voglio la carne, voglio il sangue.”
“Credi di essere cresciuta nel tuo viaggio? Credi di essere stata meno immobile di una delle tue colonne, di una delle tue case? Ti illudi. Tutto è stasi. Anche il viaggio.”
“Menti! Tu sei cambiata! Tu eri come me!”
E nel pronunciare le mie parole sentii il mio errore. Ma anche la liberazione per l’essermi tolta quel peso. Aspettai. Ci fu silenzio. Alla fine la donna dalla pelle di luna parlò.
“Credi che io ora sia più felice?”
Scossi la testa in segno di diniego.
“Torna alla tua città, allora”
“Non voglio la felicità. Voglio il cambiamento.”
Non disse più nulla, solo mi fece un vago cenno. La seguii.

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1 commento »

  1. […] Pubblicato su Uncategorized a 8:51 am di kreaton Ho aggiunto un racconto, “La città”. Non lo pubblico per intero in questo messaggio perché è troppo lungo, se vi interessa potete leggerlo in questa pagina. […]


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