Watchmen. Il triste tropico del dottor Manhattan

di Girolamo De Michele

So that there is no sun and no unveiling
and no host
only I and then the sheet
and bulk dead

S. BECKETT, Alba

“Un corpo vivo e un corpo morto contengono lo stesso numero di particelle. Strutturalmente, non c’è una differenza apprezzabile. Vita e morte sono astrazioni non quantificabili. Perché dovrebbe interessarmi?” [I, 21.3].

Un uomo è stato ucciso: Edward Blake, un ex vigilante mascherato noto come The Comedian [il Comico]. Rorschach, l’unico eroe mascherato ancora in attività, ha informato alcuni ex vigilanti della morte del comico, ed ha ricevuto questa gelida risposta dal Dottor Manhattan, il Superuomo in grado di vedere il tempo come una struttura sincronica non divisa in passato, presente e futuro e la realtà come un insieme di strutture prive di un senso intrinseco, il cui significato è il nudo fatto della loro esistenza. Il cosmo esiste, è un fatto. Il senso non è un fatto: non esiste.

Il problema etico sembra assente dalla visione del Dottor Manhattan: come sembra scomparire davanti agli occhi di Lévi-Strauss, al termine del suo lungo viaggio raccontato in Tristi tropici. “La ricerca etnologica o etnografica”, scrive Lévi-Strauss nell’ultimo capitolo di Tristi tropici, “dimostra che certe civiltà, contemporanee o scomparse, hanno saputo e sanno risolvere meglio di noi alcuni problemi, sebbene noi ci siamo affannati ad ottenere gli stessi risultati” [TT, 373]. L’osservazione comparativa di diverse società sembra aver moltiplicato i problemi che l’etnografo credeva di risolvere andando alla ricerca delle strutture originarie, o quantomeno primitive, della società. Se il significato di una struttura sociale è nella capacità di risolvere i problemi da cui ha preso le mosse, a che titolo giudicare una società, se non sulla base del pre-giudizio che vuole la società di cui facciamo parte superiore per razionalità e forme?

“Se giudichiamo le realizzazioni dei gruppi sociali in funzione di fini paragonabili ai nostri, dovremo a volte inchinarci davanti alla loro superiorità; ma noi otteniamo nello stesso tempo il diritto di giudicarli, e quindi di condannare tutti gli altri fini che non coincidono con quelli che noi approviamo. Riconosciamo implicitamente una posizione privilegiata alla nostra società, ai suoi usi e alle sue norme, mentre un osservatore proveniente da un altro, gruppo sociale darà sugli stessi esempi giudizi diversi. In queste condizioni, come potranno i nostri studi aspirare al titolo di scienza?” [TT, 373].

Dobbiamo allora accettare ogni struttura esistente, in nome di un relativismo che sfocia nella sostanziale indifferenza? Ma così facendo cadiamo in un opposto paradosso: “corriamo il rischio di cedere a un eclettismo che c’impone l’accettazione di una qualsiasi cultura nella sua totalità, ivi compresa la crudeltà, l’ingiustizia e la miseria contro le quali protesta a volte la stessa società che le subisce. E poiché questi abusi esistono anche fra noi, che diritto abbiamo di combatterli, se basta che si producano altrove perché ci inchiniamo dinanzi ad essi?” [TT, 374].

L’etnografo è colui che conosce, oltre al proprio mondo, una vasta gamma di mondi diversamente esistenti. Il Dottor Manhattan, dotato di una scienza universale capace di cogliere ogni significato esistente, è un etnografo cosmico: in grado di cogliere, con un semplice sguardo, somiglianze e differenze tra due profondità diversissime – gli abissi delle marziane Valles Marines e gli abissi del cuore umano [IX, 19.1]. Il segreto della sua onniscienza è lo scardinamento del tempo. Orologiaio mancato per colpa di Einstein e del proprio padre, per lui il tempo è davvero out of joint – non per metafora, come per Amleto: la mutazione subita lo rende cosciente della reale struttura del tempo, proprio come Billy Pilgrim, il protagonista di Mattatoio n. 5 di Kurt Vonnegut (vera matrice di ogni riflessione sul tempo sincronico, da Watchmen a Lost, passando per Infinite Jest), che ha appreso il segreto del tempo dagli abitanti del pianeta Tralfamadore. Ma anche l’etnografo è un pellegrino del tempo: osservando società immobilizzatesi in un tempo passato, ne coglie la contemporaneità con società evolute, o recenti, come se l’asse temporale fosse collassato su una tavola infinita. In definitiva, accade al dottor Manhattan che “il distacco impostogli dallo scrupolo morale e dal rigore scientifico, gli impedisce di criticare la sua propria società, dato che non vuole giudicarne nessuna al fine di conoscerle tutte” [TT, 374].

Tanto per l’etnologo, quanto per il Supereroe, l’eccesso di conoscenza genera un atteggiamento di attrazione (consapevole per Lévi-Strauss, inconscia per dottor Manhattan) per il Buddhismo, l’unica religione che ha saputo risolvere il problema dell’al di là – meglio: del rapporto tra il mondo dei vivi e quello dei morti – con una radicale cancellazione dell’al di là attraverso l’abolizione dell’universo e della religione stessa. Il Cristianesimo, cedendo alla paura dei morti, reintrodurrà “l’altro mondo, le sue speranze, le sue minacce e il suo giudizio finale”; l’Islam, razionalizzandolo, si incaricherà di incatenare accomunando il mondo temporale e il mondo spirituale: “l’ordine sociale si adorna dei prestigi dell’ordine soprannaturale, la politica diventa teologia” [TT, 379]. La mancata fusione di Cristianesimo e Buddhismo in un sincretismo che avrebbe consentito al Cristianesimo di accedere alla dimensione femminile: “l’Occidente si è lasciato trascinare dalle crociate […], piuttosto che prestarsi – se non fosse mai esistito – a quella lenta osmosi col buddhismo che ci avrebbe cristianizzati di più e in un senso tanto più cristiano in quanto saremmo ritirati al di là dello stesso Cristianesimo. Fu allora che l’Occidente ha perduto la sua opportunità di restare femmina” [TT, 398]. Islam e Occidente, da allora, si guardano come in uno specchio, a dispetto del divario che il tempo apre tra la società della quale l’Islam risolse i problemi e quella dalla quale scaturì la Rivoluzione francese: “noi non possiamo ammettere che dei principi, fecondi per la nostra espansione, non siano ormai apprezzati dagli altri e quindi rigettati da loro, tanto dovrebbe esser grande, a nostro avviso, la loro riconoscenza verso di noi che li abbiamo immaginati per primi. Così l’Islam che, nel Vicino Oriente, fu l’inventore della tolleranza, non perdona i non Musulmani di non abiurare alla loro fede, poiché essa ha su tutte le altre la superiorità schiacciante di rispettarle” [TT, 394].

La polarità tra la ragione assolutizzante (illuministica o islamica) e la visione buddhista è la matrice del confronto tra Ozymandias e dottor Manhattan negli ultimi due capitoli di Watchmen.

Ma la soluzione buddhista non è esente da problemi: di fatto non è una soluzione.

Come i Mogol, Doc Manhattan ha creato, su Marte, un Taj Mahal dai propri sogni, per sancire la propria opzione per l’ascesi. Scegliere l’ascesi significa, lo si sappia o meno, ammettere l’amara conclusione cui Lévi-Strauss giunge al termine di un viaggio durato non cinque, ma 2.500 anni:

Qualsiasi sforzo per comprendere distrugge l’oggetto al quale eravamo dedicati, a profitto di un oggetto la cui natura è diversa; esso richiede da parte nostra un nuovo sforzo che lo annulla a profitto di un terzo, e così di seguito fino a che noi accediamo, all’unica presenza durevole, che è quella in cui svanisce la distinzione fra il senso e l’assenza di senso: la stessa da cui eravamo partiti. Da ben 2500 anni gli uomini hanno scoperto e formulato questa verità. Da allora non abbiamo trovato niente se non – tentando una dopo l’altra tutte le vie d’uscita – altrettante dimostrazioni della conclusione alla quale avremmo voluto sfuggire [TT, 400].

Quis custodiet ipsos custodes?

Watchmen ruota attorno a un noto paradosso, che in forma politica viene scritto con gli spray durante la rivolta del 1977 sui muri di New York [II, 18.3-6]: Who Watches the Watchmen? Chi guarderà i Guardiani? A questa sentenza fa da contraltare la pubblicità della Gordian Knot Lock Co., una società che installa serrature (a cominciare da quella di Dan Dreyberg/Nite Owl II [III, 8.1, VIII, 8.1]) e che nei propri manifesti invita a sostituire le vecchie serrature con nuovi, più sicuri modelli. Nella tavola VIII.26, nell’alternanza narrativa tra la graphic novel Black Freighters e l’assassinio di Hollis Mason commesso della banda dei Knots, i due enunciati sono compresenti, l’uno sulla saracinesca dell’officina di Hollis, l’altro davanti. I due enunciati sono molto diversi: l’uno è un interrogativo che risale ai classici latini, l’altro è corredato dall’ammiccante immagine di un fabbro che, con la sua grossa chiave inglese, promette la sicurezza all’interno delle mura domestiche. Ma l’effetto performativo è comune: tanto il primo quanto il secondo inducono un senso di paura nei confronti della strada – cioè della dimensione pubblica. Nel primo come nel secondo caso, suggeriscono implicitamente di rifugiarsi in casa: nel privato. Di smettere di essere cittadini. Il privatus è chi si priva della dimensione pubblica, chi non cura il pubblico interesse, l’inter hominem esse: dismette la cittadinanza per rifugiarsi nella privacy. Hollis Mason (il primo Nite Owl) ha fatto l’errore di lasciare la porta aperta: attendendo i bambini di Hallowen, non si è chiuso nelle mura domestiche. Hollis era un uomo del passato.

Soffermiamoci sul paradosso dei Watchmen, dei Guardiani. La sua prima formulazione è nelle Satire di Giovenale [VI, 346-347]: “Pone seram, cohibe, sed quis custodiet ipsos custodes? [Serra la porta, tieni tutti chiusi all’interno: ma chi sorveglierà i sorveglianti?]”. È notevole che i due enunciati siano qui compresenti. La visione del mondo di Giovenale ha una profonda relazione con lo spirito di alcuni Watchmen – in particolare Rorschach: degradazione morale, nessuna speranza di redenzione, misoginia, omofobia:

Questa città ha paura di me. Ho visto la sua vera faccia. Le strade non sono che un prolungamento delle fogne e le fogne sono piene di sangue e quando alla fine tutti i tombini salteranno i parassiti affogheranno. L’antico sudiciume del loro sesso e dei loro delitti salirà ribollendo fino alla loro cintola, e allora le puttane e i politicanti leveranno lo sguardo e grideranno “Salvateci!”… Potevano scegliere. Potevano seguire l’esempio della brava gente come mio padre, come il presidente Truman. E invece hanno seguito gli escrementi dei pervertiti e dei comunisti…

scrive Rorschach sul proprio diario il 12 ottobre [anniversario della scoperta dell’America!] 1985 [I, 1.1-5]. Giovenale, com’è noto, irride l’idea che dalla corruzione e dal degrado morale si possa essere salvati da un intervento divino: per lui neanche un dio ci può salvare. E su questo tema si dividono i Watchmen, moderna incarnazione delle divinità mitologiche, dunque moderni dèi: adesso che gli dèi camminano sulla terra, potrà un dio salvarci? Per Rorschach il degrado umano e morale è irredimibile, è un segno dell’approssimarsi della fine dei tempi. Per lui sembra valere quanto affermò ex cathedra Pio X nell’Enciclica E supremi apostolatus del 1903: “Chi tutto questo considera, bene ha ragione di temer che siffatta perversità di menti sia quasi un saggio e forse il cominciamento dei mali, che agli estremi tempi son riservati; che sia già nel mondo il figlio della perdizione, di cui parla l’Apostolo [cfr. 2Tess., II, 7-9]”. In Rorschach, Alan Moore ha prefigurato il tono cupo di questo decennio (scandito, in Italia, dall’apocalittica predicazione dell’attuale pontefice, apostolo e propagatore delle passioni tristi). Per il Comedian [il Comico], Edward Blake, la risposta è diversa, ma altrettanto cupa. I nuovi dèi hanno la capacità di “salvare” l’umanità, perché hanno operato la decisione – o hanno accettato la decisione – su chi è l’amico e chi è il nemico, su cos’è il Bene e cos’è il Male:

BLAKE/COMEDIAN: Siamo la sola protezione della società, e terremo duro.
DREIBERG/NITE OWL II: Protezione? Ma da chi li stiamo proteggendo?
BLAKE/COMEDIAN: Da loro stessi, no?
DREIBERG/NITE OWL II: Ma questo paese sta andando a pezzi! Che ne è stato dell’America, del sogno americano?
BLAKE/COMEDIAN: Si è avverato. E lo stai guardando… [II, 17.5-18.7]

Blake non ha alcuna perplessità perché ha sciolto il nodo gordiano con la decisione: gli esseri umani hanno bisogno di essere protetti da loro stessi, e questo legittima i Custodi dell’ordine. E la legittimità della funzione di protezione che i Custodi si attribuiscono con la forza delle armi rende superfluo il paradosso della custodia dei Custodi: se ciò che i Custodi fanno è utile a rendere ordinata e pacificata la società, non c’è alcun bisogno di custodire i Custodi, perché il fine giustifica qualunque mezzo. Edward Blake è l’uomo che ha ucciso J.F. Kennedy a Dallas e Woodward e Bernstein, i reporter del Washington Post [IX, 20.5], scongiurando lo scandalo Watergate e consentendo a Nixon di prolungare sino al 1985 il proprio mandato presidenziale. Del resto i decisionisti, e i reazionari in genere, amano formulare paradossi insolubili, per poterli sciogliere con la spada. Schmitt, sulla scorta di Donoso Cortés (il reazionario spagnolo che definì la borghesia “la clasa discutadora”), definisce la democrazia come “discussione che non mette in discussione se stessa”, e propone la superiorità dell’azione sovrana sui mali della discussione. Ma con la spada si sciolgono i nodi di corda, non i paradossi logici: il paradosso dei Custodi, come quello del Mentitore (il cretese che afferma che tutti i Cretesi sono mentitori dice il vero o mente?) e del Barbiere (se il barbiere fa la barba a tutti quelli che con se la fanno da sé, chi fa la barba al barbiere) sono stati risolti dalla Teoria dei Tipi Logici di Bertrand Russell, che quantomeno ci insegna che il carattere contraddittorio e conflittuale del reale non implica la sua illogicità o paradossalità.

La “discussione” come relazione tra due individui, infatti, è cosa diversa dalla “discussione” come “regola per una discussione”, e ovviamente cosa ancora diversa dalla condizione generale che rende possibile diverse regole di discussione (è una “meta-discussione”). In modo analogo, la democrazia come sistema politico è cosa diversa dalla democrazia come “ambiente” che rende possibile diverse opzioni politiche: affermare la pretesa anti-democraticità della democrazia perché questa non è compatibile coi regimi antidemocratici è una stronzata – cioè, secondo il filosofo H.G. Frankfurt, un enunciato del tutto indifferente tanto alla verità quanto alla falsità – tanto quanto lo è la cosiddetta “dittatura del relativismo” (che in quanto tale non ammetterebbe il non-relativismo, dunque sarebbe dittatoriale) tanto cara a Marcello Pera e a Joseph Ratzinger: è un po’ come se un presidente di una squadra di calcio, non sapendo la differenza tra l’applicazione particolare di una regola e la regola generale, dopo un goal ingiustamente annullato per fuorigioco da un arbitro (sul quale si potrebbe ipotizzare l’intento di alterare il campionato), affermasse che la stessa regola del fuorigioco è frutto di un accordo per penalizzare la propria squadra.

E dunque, in punta di logica, anche il dilemma dei custodi è un falso dilemma: la “custodia” che essi praticano si applica a loro stessi in quanto cittadini, perché (in linea teorica) in una democrazia i custodi si custodiscono l’un l’altro, così come i poteri dello Stato si bilanciano l’un l’altro. Ma tale custodia è cosa diversa dalla “meta-custodia” cui sarebbero soggetti, perché non dovrebbero esistere comportamenti tali da richiedere una meta-custodia: e se questi comportamenti esistono – se un Watchmen uccide a una ragazza vietnamita incinta [II, 15.1-2] – il problema non riguarda la custodia, ma i custodi che hanno smesso di essere tali. La perplessità di Osterman/Manhattan davanti al crimine commesso da Blake ha a che fare tanto con questa situazione – doveva Manhttan “custodire il custode”, come gli rinfaccia Blake? – quanto con il problema di cosa accade quando la visuale si eleva al di sopra degli eventi singolari: per Blake significa “partire per la tangente”, “trasformarsi in svitati” [II, 15.6]: è questo il destino che preconizza a Osterman/Manhattan.

A differenza di Carl Schmitt e della pletora di seguaci che hanno approfittato del quarto d’ora di notorietà che, com’è noto, la società dello spettacolo non nega ad alcuno, Edward Blake non ha bisogno di nascondersi dietro citazioni teologiche per esprimere la pretesa assenza di ragione – il vuoto della decisione – che legittimerebbe la decisione arbitraria del Politico che immette ordine nel nulla: “una volta che hai capito che tutto è una barzelletta, essere il Comico è la sola cosa che abbia un senso” [II, 13.3]. E, diciamolo, ha anche un senso della modestia che manca ai suoi accademici imitatori: “Ehi, non ho mai detto che fosse una barzelletta buona” [II, 13.4]. Ma l’ironia del Comedian è ciò che manca alle tristi mosche cocchiere che dedicano la vita a servire il potere.

La pretesa di fondare la decisione sul vuoto, dunque, non ha alcuna fondazione logica: il che vuol dire che ha un altro genere di fondazione.

Ma qui è necessario fare un passo laterale.

Perché gli uomini preferiscono essere servi, piuttosto che essere liberi?

I newyorkesi non lo sanno, ma tre milioni di loro stanno per morire. Mentre il loro mondo sta per finire, due donne, Joey e Aline, iniziano una lite [XI, 9.1-6]. Una lite che prosegue altre liti, intuiamo. Tra loro c’è (stata?) una relazione lesbica, ma tutto – estrazione sociale, idee politiche, cultura – le divide. Aline, borghese e intellettuale ha portato un libro da regalare alla brusca e proletaria Joey: Knots di Ronald Laing:

JOEY: Io… Senti, non sono tenuta a giustificarmi con te. A me piacciono le belle pupe, e tu mi spari solo cazzate politiche.

ALINE: Josephine, senti, io… Dai, ti prego, non piangere.
JOEY: Io non piango! Chi cazzo dice che piango?
ALINE: Va bene, scusa… Questo libro è sui rapporti. Se lo leggi, credo che ti aiuterà a capire cosa ci è successo.
JOEY: Non voglio capire un cazzo! Voglio solo andare a letto con te per una volta! …Io voglio andare a letto con te e… e voglio essere etero… e… e voglio essere morta…! [XI, 9, 6-9]

Questa discussione non può che procedere in modo parossistico: la violenza da verbale diventa fisica, Joey picchia selvaggiamente Aline, determinando l’interevento dell’assistente sociale Malcolm, proprio mentre la sua ex Gloria gli rimprovera di anteporre la vita di sconosciuti pazienti alla loro relazione, che proprio per questo è entrata in crisi:

GLORIA: Mi manchi, Malcolm. Mi manca la persona che eri… Però non posso vivere con uno che si sente costretto ad aiutare i casi disperati e poi si porta a casa la loro infelicità. […] Non voglio dividerti con un mondo di svitati e di maniaci depressivi. Non voglio dividere la mia vita con loro.
MALCOLM: Gloria, ti prego! Devo farlo. In un mondo come questo… Insomma, non possiamo far altro che cercare di aiutarci a vicenda, è la sola cosa che importa…
GLORIA: Malcolm, ti avverto! Se ti immischi ancora nel dolore altrui, non ti vorrò mai più vedere.
MALCOLM: Gloria… Mi spiace. È il mondo… Non posso sfuggirlo. [XI, 20, 3-9]

La relazione tra Joey e Aline va in crisi mentre Aline dona a Joey un libro sulle relazioni e le loro crisi, e questa crisi determina la crisi tra Gloria e Malcolm, che sa risolvere le crisi altrui, ma non la propria: potrebbe essere un capitolo di Knots di Laing, o di uno studio di Gregory Bateson, il teorico dell’ecologia della mente che ha indagato le dinamiche relazionali distruttive che generano fratture nelle relazioni (schismogenesi). La paradossalità di queste relazioni/schismogenesi tra Joey-Aline e Gloria-Malcolm è accresciuta dall’essere un elemento di sfondo di una ben più grave situazione paradossale, che verrà risolta da Adrian Veidt/Ozymandias al prezzo di milioni di vite, con una decisione al tempo stesso diversa e analoga a quella di Blake/Comedian. Qual è il nesso tra questa doppia serie di schismogenesi e la crisi mondiale che sta portando alla guerra nucleare?

Dalla psichiatria esistenziale di Laing all’ecologia della mente di Bateson, dalla terapia breve della Scuola di Palo Alto ai Tipi Logici di Russell, in apparenza sappiamo molto sulle ragioni delle relazioni paradossali, e siamo in grado di sciogliere, sulla carta, la loro apparente illogicità, attraverso un diverso approccio logico. Nondimeno, nella realtà l’essere umano è preda di schismogenesi e relazioni distruttive ad andamento crescente e catastrofico. Le crisi di relazione sono identiche, nella struttura, alla crisi tra le due grandi potenze del secondo Novecento: una corsa agli armamenti che non riesce ad arrestarsi. Come afferma Blake, gli esseri umani hanno bisogno di essere protetti da se stessi.

Perché hanno bisogno di essere protetti?

Perché preferiscono essere servi, piuttosto che essere liberi.

Detto tra le righe, ma non per caso: l’autore di quest’ultima affermazione, Étienne de La Boétie, fu un uomo pacifico e moderato, un lealista al servizio della mediazione monarchica nella Francia lacerata dall’oltranzismo cattolico dei Guisa e dall’affermazione di un contro-potere ugonotto. Eppure la semplice domanda, e la risposta data, bastano a riservargli un posto di rilievo nelle biblioteche sovversive di ogni epoca. La radice prima di ogni potere è nel desiderio di asservimento dei sudditi, nel loro assoggettamento volontario a un’autorità che promette di volta in volta la vita, la pace sociale, l’ordine, il progresso. Gli esseri umani hanno bisogno di essere protetti perché credono di non potersi proteggere da sé, e credono questo perché si credono impotenti: come il bambino che si guarda nello specchio e vede quell’altro bambino, rispetto al quale si percepisce imperfetto e debole, il popolo si percepisce incapace di autogoverno, e chiede di essere governato dal grande Altro del Potere, che assurge a Simbolo della perfezione, a modello inimitabile e irraggiungibile: come il Potere devi essere, ma come il Potere non ti è concesso di essere! Questa dimensione simbolica del potere nasconde la verità stessa del Potere: è l’essere governati che produce la delega al Potere, e la conseguente percezione della propria inadeguatezza, dalla quale nasce la richiesta di protezione.

Governare l’umanità significa instillarle, goccia a goccia, la paura, la sensazione di impotenza e inadeguatezza, il bisogno di protezione. Insinuare la fede nel superstizioso, nel miracoloso prêt-à-porter di Voyager, del feticcio di Medjugorie e nelle stimmate olezzanti di acido fenico del frate di Pietralcina. Convincere che la Verità esiste, e chi la detiene ne sia il legittimo e indiscutibile, inconfutabile testimone il cui compito è proteggere l’umanità da se stessa. Gli esseri umani devono essere governati per essere protetti, ma hanno bisogno di essere protetti proprio perché sono governati. È una petitio principi, un circolo vizioso, un ragionamento fallace, certo – ma, di nuovo: chi dice che il Potere si fonda sulla coerenza e sulla logica?

Il Potere si fonda sul governo della vita assoggettata e asservita. E quando il governo non riesce a governare, quando la società sfugge all’ordine, quando le magnifiche sorti e progressive dell’economia lasciano nella società impronte più profonde e letali di quelle di Godzilla, il Potere si fonda sulla dialettica tra paura e rassicurazione, sullo scambio tra libertà e sicurezza.

“Se avessimo perso questa guerra… non so, forse saremmo andati un po’ fuori di testa, no? Ma grazie a te non è successo, vero?”, dice Blake a Osterman/Manhattan [II, 13.2]. Forse no… o forse si: è successo, ma in altro modo. Dick “Trixy” Nixon è diventato un Leviatano in sedicesimo, presidente per cinque mandati. Le rivolte di strada sono state represse dai Guardiani mascherati: assoggettati al Superuomo atomico che li ha liberati dall’incubo del Vietnam e della guerra nucleare, gli americani non possono fare a meno della sua protezione. Nel mondo “reale” la sconfitta del Vietnam ha generato un altro genere di finzione: il senso di frustrazione ha generato una diffusa impotenza, della quale si è impossessata la propaganda repubblicana per diffondere la leggenda degli “sporchi politici” che hanno “tradito” in Vietnam e portare Ronald Reagan alla Casa Bianca. Più delle analisi politiche, parlano i gadget di quella svolta politica: Ronald Reagan in campagna elettorale con il badge È stato un Democratico a sparare a J.R. dopo la puntata di Dallas nella quale il personaggio-emblema della svolta reazionaria veniva colpito; i manifestanti con cartelloni Con J.R. presidente non sarebbe successo durante il sequestro dei funzionari dell’ambasciata USA a Teheran; Silvester Stallone trasforma il Rambo protagonista del romanzo First Blood di David Morell (una dura critica alla guerra del Vietnam e al carattere reazionario e repressivo della spirito militare americano molto vicino allo spirito del primo tempo di Full Metal Jacket) nel John Rambo patriota e guerrafondaio.

Nell’America “reale” gli dei terreni dell’immaginario riscattano la sconfitta del Vietnam, nell’America di Watchmen, un dio terreno vince la guerra del Vietnam. Nel primo caso l’insurrezione è stata schiacciata prima della ritirata, nel secondo dopo: in entrambi i casi la società civile viene inchiodata al suo presente – che i proiettili siano sparati dalla Guardia Nazionale, da un eroe in maschera o da un cecchino della CIA non fa una gran differenza. Quello che l’America scopre è che il Vietnam ha svelato il suo vero volto: “Più capisco il Vietnam come specchio della condizione umana, e più mi rendo conto che ben pochi possono permettersi il lusso di capire. Blake è diverso. Capisce perfettamente… e non gli importa” [Dr. Manhattan, II, 19.5-6],

L’umanità dev’essere assoggettata

È del tutto evidente, a questo punto, che l’alternativa tra il cinismo amorale di Blake/Comedian e la ragione calcolante di Adrian Veidt/Ozymandias, l’uomo più intelligente del mondo, un nuovo dio in terra, è più apparente che reale. Anche per Veidt/Ozymandias gli uomini non sono in grado di governarsi: sono la malattia, non il sintomo. L’umanità dev’essere assoggettata ad una “luminosa trasformazione”: il mondo, nella sua incurabile brutalità, deve cessare di esistere, e gli esseri umani, feroci e rissosi, estinguersi come dinosauri obsoleti [XI, 25.7]. Non è casuale che la ragione calcolante di Ozymandias abbia assoggettato la più grande quantità di lavoro vivo e di capitale finanziario del mondo: prima ancora di svelarsi all’umanità come Ramsese II, il faraone-dio del nuovo mondo, Ozymandias ha sussunto il vecchio all’interno della propria potenza finanziaria. Nella straordinaria tavola X, 8, Ozymandias estrae informazioni sul substrato culturale ed emotivo dell’umanità dalla visione simultanea di 36 monitor a cambiamento randomizzato ogni 100 secondi, le traduce nella coppia guerra/tensione erotica e ordina investimenti a breve nel mercato dell’eros, acquisizione delle quote di maggioranza delle industrie di prodotti per l’infanzia, e in investimenti nel settore delle industrie belliche. Il sistema di monitor traduce, attraverso i canali televisivi, l’intelletto messo al lavoro dal capitale: ogni immagine, passione, espressione è forza-lavoro intellettuale, lavoro vivo dal quale Ozymandias estrae ricchezza senza retribuirla. L’uomo più intelligente del mondo è anche l’uomo più ricco del mondo. Il nuovo dio in terra che si prepara a governare il mondo è il più grande sfruttatore dell’umanità: il profitto finanziario si accresce attraverso una rendita parassitaria che succhia valore dall’intelletto stesso dell’umanità che vorrebbe, per il suo bene, rifondare e assoggettare. Per chi è in grado di estrarre valore e vita dall’intera umanità, sfruttare come un parassita la rendita cognitiva dell’immaginario di un ristretto, per quanto geniale, circolo di scienziati e artisti per creare una sembianza di vita aliena non ha nulla di eccezionale.

La terra rifondata da Ozymandias al prezzo di milioni di vite, direbbero Adorno e Horkheimer, “interamente illuminata risplende all’insegna di trionfale sventura”: come la testa di Medusa fissata sullo scudo di Minerva, i mostri sconfitti dalla ragione sono sempre pronti a riprendere vita, quando la Ragione li evoca. Il mito sconfitto dalla Ragione rivive come mito della Ragione che genera mostri non nel sonno, ma nella veglia.

E anche tra Ozymandias e Rorschach, al di là delle differenze espressive, ciò che è comune è l’essenziale. Per l’eroe dal volto macchiato la logica e la coerenza sono tutto: per lui nessun compromesso, “neanche davanti all’Armageddon” [XII, 20.8]. Il motto kantiano Fiat lex, pereat mundus potrebbe essere il suo. Per Rorschach come per Ozymandias la coerenza della ragione è tutto, i mezzi e i costi sono irrilevanti o sopportabili. E il fine della ragione è perpetrare lo stato di cose esistente, o immobilizzandolo (Rorscharch), o ristrutturandolo nelle stesse forme che si vuole superare (Ozymandias): l’America del capitale finanziario e del culto dell’ordine non viene criticata nei suoi fondamenti, ma solo negli effetti di superficie. Rorscharch ha scelto di essere al servizio del potere dispotico (il suo modello politico è Truman, il presidente che ordinò il bombardamento di Hiroshima), Ozymandias candida se stesso al ruolo di supremo tecnocrate. La loro similitudine spiega molto bene la storica affinità tra il Despota totalitario che cerca di costringere e immobilizzare la totalità di ciò che è significabile e conoscibile all’interno della propria verità, e il tecnocrate che pretende di dettare, con il proprio sapere tecnico-funzionale, il ritmo della società e del senso che al suo interno si produce. Nel caso di Rorscharch l’annuncio della fine del mondo come punizione per i peccati dell’Umanità, nel caso di Ozymandias la nuova Utopia dell’umanità salvata dall’inferno dalla nuova guida. In ambedue i casi la cifra del significante è la dimensione religiosa: si tratta solo di sapere se questo dio sia vendicativo o misericordioso, se discenda da un’altezza inconcepibile o, pur rimanendo distante e al di sopra dell’umanità, cammini sulla terra.

L’ingiustizia, la miseria, la sofferenza esistono

Solo due Watchmen sembrano sfuggire all’assoggettamento dell’etica alla ragione: Laurie Juspeczyk/Silk Spectre II e Jon Osterman/Doc Manhattan. Per Laurie, come ogni essere umano inscritta nello scorrere del tempo percepito, lineare e progressivo, si tratta di una conquista: sul pianeta Marte dovrà liberare il tempo della memoria, con i suoi andamenti casuali e ricorsivi, per scoprire un senso della vita scaturito dalla scoperta del valore significante di elementi creduti insignificanti. Il caso non è caos: è un modo diverso di connettere più elementi all’interno di uno schema più vasto e privo di ordine precostituito, nascosto dal pre-giudizio e dall’ordine simbolico del Potere.

Per Manhattan, non più umano, il problema è uguale e contrario: come il dio Krsna nella Bhagavad Gita, vede la compresenza di ogni ordine di senso. Non vede il mondo nascere e perire secondo l’ordine temporale del prima-e-poi: vede l’eternità delle strutture al di sotto dei mutamenti: “Ciò che non è reale non si verifica mai; ciò che è reale non può non essere. Questa verità è sempre stata chiara per chi ha il dono della visione” [Bhagavad Gita, II, 16]. La cascata degli ingranaggi dell’orologio del 1945 cade eternamente davanti ai suoi occhi. La visione dell’eternità lo condanna all’impassibilità e all’ascesi.

Ma l’ascesi porta a una “tremenda alternativa”: chiudersi nel monastero o soddisfarsi “a buon conto praticando una virtù egoistica” [TT, 401].

In entrambi i casi, la scelta urta contro un fatto inaggirabile: “l’ingiustizia, la miseria, la sofferenza esistono; esse forniscono un termine mediatore a questa scelta. Noi non siamo soli, e non dipende da noi restare sordi e ciechi di fronte ai nostri simili, o di considerare l’umanità esclusivamente in rapporto a noi stessi” [TT, 401]. La sofferenza di un singolo essere umano, Laurie Juspeczyk, l’improbabile combinazione di eventi che determina la sua sofferenza, il “miracolo termodinamico”, è ciò che conferisce senso alla sua esistenza, e con la sua a quella “di chiunque al mondo”: è questa scoperta del senso che si genera a dispetto della sua improbabilità a spingere Manhattan a lasciare Marte e ritornare sulla Terra per cercare di fermare Ozymandias.

“Liberare l’energia atomica ha cambiato tutto, tranne il nostro modo di pensare”, scrive Einstein: “la soluzione di questo problema è nel cuore dell’umanità. Se solo lo avessi saputo, avrei fatto l’orologiaio” [IV, 28.6]. A volte è necessario ricostruire l’orologio, ricomporre in uno schema diverso da quello della caduta infinita gli ingranaggi. Per rimuovere la sofferenza, l’ingiustizia, la miseria, scriveva il giovane Marx, non basta studiare il mondo: bisogna cambiarlo. Nella prassi. A loro modo, gli eroi mascherati diWatchmen hanno cercato l’anello che non tiene in questa catena: il rigore senza mediazione del “kantiano” Roschach, il decisionismo cinico del Comedian, l’illuminismo imperialistico di Ozymandias. Ma, ribatte l’etnologo: “a che serve agire se il pensiero che guida l’azione conduce alla scoperta dell’assenza di senso”? “Hai cercato di convincermi che la vita umana sia più significativa di questa sublime desolazione” [IX, 18.2], afferma Doc Manhattan: “se ti rilassassi potresti vedere l’intero continuum, lo schema o la mancanza di schema della vita, e capiresti la mia ottica” [IX, 23.9].

Porre le questioni è cosa fondamentale: trovare un buon concetto che prolunghi il problema nella soluzione è la scintilla da cui scocca il sapere. La risposta dello strutturalista è tanto semplice quanto abissale: il senso è creazione. È un prodotto, un effetto scaturito dalla combinazione di elementi che di per sé non sono significanti: “non solamente un effetto come prodotto, ma un effetto di ottica, un effetto di linguaggio, un effetto di posizione”, glosserà Deleuze ricostruendo la struttura dello strutturalismo [S, 244]. L’intera avventura del cosiddetto post-strutturalismo, da Foucault a Deleuze e Guattari, trova la propria legittimità nel prolungare il concetto lévi-straussiano di senso come prodotto oltre la crisi dello strutturalismo. E in questa multiforme combinatoria, nella quale c’è sempre un di più di senso possibile, il nichilismo e il relativismo contemporanei non solo trovano – dopo Nietzsche – una seconda genesi, ma anche la risposta alla critica sciocca di indifferentismo fatta propria dai pretesi depositari del significante dispotico, del principio d’autorità che larvatus prodit, che avanza nascosto sotto le mentite spoglie della fede, della tradizione e di altri miti falsi, ma rassicuranti: come i gadget, il merchandising, il progresso e la pace perpetua di Ozymandias.

L’Universo ha avuto un significato molto prima che si sapesse cosa significava: il non-senso, il casuale, l’imprevedibile non è la negazione del senso, ma ciò che lo precede, ciò che lo produce. C’è sempre un eccesso, una sovrapproduzione di senso, come sanno lo sguardo di Manhattan e la scienza di Lévi-Strauss: proprio per questo, ciò che chiamiamo “senso” è una scelta che dev’essere fatta, una variazione nello schema o una scelta tra gli schemi. Un gesto. Il senso non viene prima: dev’essere prodotto proprio perché non viene, ma c’è. Viene dopo: non va riconosciuto come Verità, ma creato. La genesi del senso è nel saperlo cogliere nel pre-significante, nell’a-significante, come l’evento del quale “basta dire che è possibile”, che abolisce il reale a cui tende: “nella contemplazione di un minerale più bello di tutte le nostre opere; nel profumo, più sapiente dei nostri libri, respirato nel cavo di un giglio; o nella strizzatina d’occhio, carica di pazienza, di serenità e di perdono reciproco che un’intesa volontaria permette a volte di scambiare con un gatto” [TT, 404].

Creare questo senso è un processo culturale, dunque politico. Creare un mondo nel quale sia possibile pensare questo senso – nel quale nessuno sarà guardato da un Guardiano – è un compito politico, dunque culturale.

BIBLIOGRAFIA

Le citazioni da Watchmen sono così composte: numero del capitolo, numero di tavola, numero della vignetta.

DELEUZE, G., A quoi reconnaît-on le structuralisme, in L’île désetre et autres textes, Paris, Minuit, 2002, pp. 238-269 [nel testo: S].

LÉVI-STRAUSS, C., Tristi tropici, trad. di B. Garufi, Milano, Il Saggiatore, 1996 [nel testo: TT].

Pubblicato sotto licenza Creative Commons  Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 2.5 Italia. I dettagli di tale licenza si possono leggere al seguente indirizzo: http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.5/it/

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1 commento »

  1. […] e controllo nel Grande Fratello, di Giulio Itzcovich Su richiesta diretta dell’autore e Watchmen. Il triste tropico del dottor Manhattan, di Girolamo De Michele di cui ho trovato il testo sul […]


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