Le due morti di Jade Goody. Pubblicità, violenza e controllo nel Grande Fratello

di Giulio Itzcovich

1. Epilogo. Quasi un lieto fine

Alla fine Jade Goody è riuscita a essere amata dal pubblico. Perché ciò accadesse, è dovuta morire in pubblico, e per il pubblico, almeno due volte. Per difendersi dalle accuse di razzismo e salvarsi pubblicamente l’anima, dopo la sua prima caduta al Celebrity Big Brother inglese, aveva iniziato un percorso di espiazione massmediatica, un pellegrinaggio televisivo che l’aveva portata prima a visitare uno slum a Delhi, poi all’edizione 2008 del Big Boss, il Grande Fratello indiano («volevo che il popolo indiano vedesse come ero realmente»). E questa seconda volta, quando telefonarono nell’appartamento per dire a lei e ai telespettatori che le era stato diagnosticato un cancro, nessuno nel pubblico poté dubitare dell’autenticità delle sue lacrime.
Nei sette mesi che le rimasero, si sposò, si battezzò, battezzò i suoi figli, fece testamento, pubblicò una seconda autobiografia, Jade. Catch a Falling Star, scrisse un diario, poi pubblicato, recitò la Regina Cattiva di Biancaneve in una pantomima teatrale, lanciò un altro profumo, Controversial, accettò di far filmare dalle televisioni gli ultimi giorni della sua vita. Mostrò ogni fase della malattia al pubblico, sensibilizzandolo ai rischi del cancro all’utero e contribuendo persino, a quanto si dice, a modificare la politica della sanità inglese a riguardo. Infine, il 22 marzo 2009 morì, all’età di ventisette anni, dopo aver guadagnato – lei, figlia di sottoproletari – un patrimonio milionario per i suoi due figli.
Al suo funerale parteciparono in migliaia. Il Sun scrisse che «la nazione non era stata così unita nel lutto dal funerale della Principessa Diana». Più di 600.000 persone si iscrissero alla pagina di Facebook R.I.P. Jade Goody. Il Primo Ministro Gordon Brown, che due anni prima aveva chiesto al pubblico televisivo di escludere la razzista Goody dal Celebrity Big Brother («un voto per la tolleranza»), dichiarò che «era una donna coraggiosa sia nella vita che nella morte e tutto il paese ha ammirato la sua determinazione nel procurare un futuro radioso per i suoi bambini». Poche morti sono state così gloriosamente esposte, acclamate, portatrici di valori pubblici.
Ma se la seconda morte di Goody fu il suo trionfo democratico, la sua prima morte, avvenuta il 19 gennaio 2007 al Celebrity Big Brother, fu la sua caduta e il suo scandalo. E si tratta di uno scandalo che ci appartiene interamente. Non tanto perché dica qualcosa su un lato segreto, escrementizio, dell’industria culturale e dei gusti del pubblico. Vedremo che la vicenda dice molto sul voyeurismo del pubblico, sul suo compiacimento morboso per gli affari privati, sul suo moralismo stereotipato e irresponsabile. Ma questo lato segreto in realtà è noto a tutti. Piuttosto, lo scandalo “Jade Goody” è interamente nostro perché dice qualcosa sul “nostro” Grande Fratello, cioè su aspetti del tutto pubblici, visibili e forse per questo non sempre percepiti, della costruzione della comunità politica. Parlando dello scandalo “Jade Goody” bisogna evitare la lamentela contro il cattivo gusto televisivo, perché la questione che pone non è estetica, né è morale, ma è politica, e come tale deve essere analizzata e discussa.
La prima morte di Jade Goody merita di essere raccontata, e di essere raccontata diversamente da come è stato fatto molte volte, anche per rendere giustizia alle sue vittime: Goody, Shilpa Shetty, il pubblico. Certo non per celebrare Goody per la sua seconda morte, ma per renderle giustizia per la prima. Goody è stata al tempo stesso complice e vittima del Grande Fratello, e così il suo pubblico. L’esecuzione pubblica di Goody è un atto di violenza legalmente esercitata in pubblico, ma anche sul pubblico, cui Goody e il pubblico certamente collaborano. La sua seconda morte e il suo trionfo democratico sono, se non un lieto fine, quantomeno un doveroso risarcimento che il pubblico e Goody reciprocamente si scambiano, e che però non riesce a cancellare del tutto il danno che si sono inflitti. Il disgusto provocato da questa violenza solleva una questione sulla società che lo produce e lo pubblicizza; riflettere su questa questione è il solo modo di essere giusti con Jade Goody, ricordandola e imparando da lei.

2. Il caso Goody. I fatti

La quinta edizione (2007) del Celebrity Big Brother ospita Jade Goody, venticinque anni, diventata celebre nel 2002 come concorrente nella terza edizione inglese del Grande Fratello. Allora, per le sue brutte maniere, aggressive e sfacciate, per la disinvoltura (a lei si deve il primo rapporto sessuale consumato sotto le telecamere di un Grande Fratello inglese), l’ignoranza e le gaffes (credeva che Cambridge fosse un quartiere londinese, che i portoghesi parlassero “portoganese”, che Rio de Janeiro fosse il nome di una persona, che Saddam Hussein fosse un pugile, ecc.), per qualche chilo di troppo e i lineamenti mixed-race, i tabloid l’avevano definita «Pig Brother», «un maiale», «ritardata», «stupida», «sudicia», «grassa». Nel 2002 il Sun scriveva che era «la donna più odiata in Inghilterra». Ma l’intelligenza svelta e il temperamento esuberante e vitale le avevano permesso di rimanere in gara abbastanza a lungo da ritagliarsi un segmento di pubblico. Una volta uscita, la gratificazione narcisistica e il successo economico erano stati entusiasmanti: «Suona disprezzabile, in un certo senso, ma per me era solo “Oh mio dio, sono amata, sono amata, sono amata!”».
Prima del Big Brother 2002, Jade Goody era stata una cattiva studentessa e un’infermiera dentistica. All’età di cinque anni aveva recitato nell’episodio pilota di una serie televisiva. Può venire in mente Bellissima di Visconti: lo spettacolo per lei è un destino, ed è un destino di classe. Non è certo di buona famiglia. Il padre, che l’ha avuta a diciassette anni, è assente, entra ed esce dal carcere, muore di overdose nel 2005, all’età di quarantadue anni. La madre, Jackiey Budden, partecipa con la figlia al Celebrity Big Brother: ha quarantanove anni, è stata per diciannove anni rastafariana, ora è musulmana, è lesbica, ha perso l’uso di un braccio in un incidente di moto quando Jade era bambina.
Subito la madre di Goody se la prende con la concorrente Shilpa Shetty: trenta anni, di estrazione borghese, starlette di Bollywood, bellissima. Jackiey la chiama insistentemente «principessa», in un’occasione l’«indiana», e l’aggredisce con atteggiamenti provocatori. Jackiey è la prima concorrente a essere esclusa dal Celebrity Big Brother, ma la figlia la segue nell’aggressione a Shetty, assieme ad altre due coinquiline. Le rivolge epiteti razzisti, la prende in giro per il nome esotico, la bulleggia con i modi rissosi, isterici e stressati di una sottoproletaria chiusa in un Grande Fratello.
Più avanti tornerò su questa dinamica di gruppo, ora interessano le reazioni del pubblico, cioè gli effetti che questo episodio di bullismo più o meno razzista produce all’esterno dell’appartamento. Qui Jade Goody e le altre coinquiline vengono fatte oggetto di biasimo. Più di quarantamila email di protesta raggiungono l’emittente Channel4. Sfidando il ridicolo (e forse venendone sconfitto), lo sponsor ufficiale della trasmissione, una catena di vendita al dettaglio di telefoni cellulari, rilascia un comunicato stampa in cui dichiara che “il razzismo è del tutto contrario ai valori della Carphone Warehouse”. Il profumo che Jade aveva lanciato nel 2006, Shh… Jade Goody (zitta, Jade Goody!), un grande successo commerciale, viene ritirato dagli scaffali. In India si tengono manifestazioni, in verità di modesta scala, ampiamente riprese dai mezzi di informazione inglesi. Un sottosegretario del Ministero degli esteri indiano protesta in modo quasi formale contro l’aggressione razzista a Shetty. Al PM Question Time, Tony Blair evita di entrare nel merito del programma («non l’ho visto») e condanna ogni forma di razzismo. Quindi, in un vortice irresistibile di commistione di pubblico e privato, politica e spettacolo, medioevo e post-modernità, the Right Honourable Gordon Brown, Cancelliere dello Scacchiere e successore in pectore di Blair alla guida del Labour, invita gli inglesi a votare in massa per l’esclusione di Goody dall’appartamento.
Infine, succede quello che doveva succedere e il 19 gennaio 2007 Goody viene esclusa con l’82% dei voti del pubblico. Poco dopo Shilpa Shetty vince il Celebrity Big Brother. Quando Goody esce dall’appartamento è una delle pochissime persone nel Regno Unito a ignorare l’affaire internazionale che la vede protagonista – come le fa subito notare l’intervistatrice, Davina McCall. È una scena di importanza letteralmente capitale: è la prima morte di Jade Goody, che emerge dal privato-pubblico dell’appartamento per partecipare alla propria esecuzione pubblica, per essere decapitata in pubblico. La scena può solo essere raccontata perché, in occasione della seconda morte di Goody, quella reale, per ipocrisia o per un malinteso senso di pietà, la scena è stata ritirata da Youtube e non è quindi più accessibile al pubblico.
Quando Goody esce non c’è ad accoglierla, come consueto, un pubblico di parenti, amici, supporters; non c’è il pubblico, ci sono solo operatori con telecamere e guardie giurate. Goody inizia a capire che qualcosa non va: il pubblico è sempre più presente attraverso la sua assenza, continua a restare inattingibile al di là delle telecamere. Operatori e guardie giurate accompagnano Goody alla piazza mediatica che si è guadagnata, dove l’attende la presentatrice della trasmissione, Davina McCall, una Torquemada gentile, amabile, che le dice subito: «Tu sei forse una delle poche persone in Inghilterra, o forse addirittura al mondo, a non aver avuto alcuna idea dell’impatto che il Celebrity Big Brother ha avuto. Dà solo una rapida occhiata a questo», e le mostra un servizio sul caso Goody: manifestazioni in India, servizi del tg, dichiarazioni di Gordon Brown, la litigata razzista con Shetty.
Goody entra in panico, dà qualche spiegazione quasi incomprensibile, più che altro balbetta, dichiara di non essere razzista. Ma presto si pente, su garbata sollecitazione di Davina McCall, e confessa pubblicamente: «non dico che mi sono sentita in gamba guardando quel video. Sono una madre, ho venticinque anni, ho due figli, e sai, onestamente, mi sono sentita disgustata di me stessa guardando quel video, perché non approvo nessuna delle parole che sono uscite fuori dalla mia bocca, non approvo nessuna delle mie azioni … non sono razzista». E il giorno dopo, in un’intervista a News of the World: «Ero razzista. Sono una prepotente (bully)».

3. Etnia e classe

Questi sono i fatti, per così dire gli atti del processo a Goody, che ora si tratta di interpretare. Poiché l’affaire Goody ruota intorno all’accusa di razzismo, bisogna dire qualcosa su questi episodi, non certo per rifare il processo a Goody, ma per valutare la reazione prodotta nel pubblico.
Ricordo quindi che Goody si rifiuta di ricordare il nome di Shilpa Shetty e la chiama, in una conversazione con un’altra inquilina, «Shilpa Poppadom», che suona un po’ come Mario Spaghetti, e «Shilpa Fuck-a-wallah». In una lite, le dice di «tornarsene negli slums». Insieme ad altre due coinquiline, si rifiuta di mangiare il pollo cucinato da Shetty. Una delle coinquiline, Miss Gran Bretagna 2006, chiede: «mangiano con le mani in India, no? o è in Cina? Non sai mai dove sono state le loro mani». Goody critica Shetty perché usa una crema per schiarire la pelle, deducendone (in modo stringente, direi) che lo fa perché vuole essere bianca. L’atteggiamento generale di Goody e di altre due concorrenti è molto bullying verso Shetty, discriminatorio ed escludente.
Sulle ragioni di questa persecuzione si può ovviamente solo congetturare, anzi si deve congetturare: lo scopo del Grande Fratello è che queste ragioni siano oggetto di pubblico controllo, di riflessione, discussione e giudizio pubblici. Diciamo allora che una dinamica di bullismo, con una vittima anche a casaccio, quale che sia, non solo è prevedibile in quelle condizioni, ma è addirittura prescritta dalle regole del gioco. Lo scopo per il singolo concorrente è arrivare all’esclusione degli altri. In un Grande Fratello qualsiasi giudizio morale sul bullismo è fuori luogo, perché una regola costitutiva del gioco è la continua esclusione dei concorrenti deliberata dalla Voce del pubblico.
Certo, la vittima non è mai a casaccio, è sempre ciò che è e ciò che appare agli altri concorrenti e al pubblico: le ragioni in base alle quali si orienta la violenza del gruppo su un singolo membro, le ragioni di questa esclusione, devono appunto essere oggetto di pubblico scrutinio, di controllo da parte del pubblico. Davvero il Grande Fratello, come esperimento politico e metafora della vita sociale, invita a controllare, riflettere e discutere sulla costituzione del gruppo: costituzione del politico e del giuridico, cioè della violenza di gruppo e dei criteri in base ai quali si deve esercitare. Il Grande Fratello propone al suo pubblico di riflettere sui fondamenti del politico, ed è interessante che questa riflessione sulle ragioni e la violenza dello stare insieme si svolga sul presupposto dell’inevitabile fine del Grande Fratello, benefico scioglimento della comunità domestica e mediatica.
Per quali ragioni, allora, Shetty è stata scelta come la vittima del gruppo? Chi è Shetty? Shetty è evidentemente un’indiana. A prima vista, nel gruppo dell’appartamento avviene una discriminazione su base razziale. In questo modo, se non altro, la trasmissione è interpretata dal pubblico. Ma è un’interpretazione sbagliata o quantomeno incompleta. La verità più evidente della situazione fra Goody e Shetty è che il conflitto che le separa non passa su linee etniche, ma di classe: è essenzialmente un conflitto di classe.
Questo è chiaro alla stessa comprensione immediata dei concorrenti. Shetty lo capisce e, pur disprezzando Goody, in un certo modo la difende, sostenendo in più occasioni, dentro e fuori il Grande Fratello, che Goody non è razzista, semplicemente è una gran maleducata: «Non mi piace il modo in cui parla, questo è il mio unico problema con Jade. Ha bisogno di dare una ripassata alle sue maniere». Il padre di Goody era mulatto, la madre aveva avuto diversi amanti di colore e aveva scelto la scuola della figlia evitando i quartieri a suo giudizio “razzisti”. Goody ricorda, in un’intervista: «Anch’io sono di razza mista e parlo con tutti di qualsiasi colore, provenienza o nazionalità. Non mi importa da dove viene la gente». Nel Confessionale del Grande Fratello, prima della sua esclusione, Goody riflette: «Shilpa viene da una vita completamente differente, una vita in cui tutti sono sotto di lei, eccetto sua mamma e suo papà e forse sua sorella». Durante la più famosa litigata con Shetty, le saltano i nervi quando l’altra le dice: «Sai Jade, io non uso quel linguaggio»; la risposta furibonda di Goody è «buon per te, buon per te!».
Nonostante i giornali abbiano per lo più riportato l’invito a Shetty a tornarsene negli slums, la frase completa pronunciata da Goody era: «Tornatene negli slums e scopri com’è la vita reale, signorina. Tu non sei una qualche principessa in una fottuta isola che non c’è, non sei una qualche principessa qui. Hai bisogno di un giorno negli slums. Vattene nella tua comunità e va da tutta quella gente che ti ammira e diventa una persona reale». Il che suona razzista, ma è ovvio che qui il razzismo non è la causa dell’aggressione, ma un suo strumento, un mezzo per offendere, e che la causa va ricercata altrove, in quella “vita reale” di Jade Goody che Shilpa Shetty ignora.
L’aristocratica starlette Shilpa è troppo controllata, troppo perfettina: «Sei una bugiarda, una falsa», le urla Jade, «così incastrata nel buco del tuo culo che puoi sentire la puzza della tua merda».

4. Il dispositivo multiculturalista

Non è quindi una spiegazione del litigio costruita a tavolino, di comodo, quella che Jade Goody dà nella sua seconda autobiografia:

In fin dei conti stavamo litigando perché eravamo di classi differenti e avevamo valori differenti nella vita. Sentivo davvero che mi stava guardando dall’alto in basso e chi mi conosce sa che è una cosa che mi fa scattare. Non voglio che nessuno pensi di essere migliore di me solo perché ha più soldi o ha avuto un’educazione migliore. Sentivo che io, per lei, ero una qualsiasi. E per me lei era una principessa snob piena di sé.

Ma una volta chiarito che il conflitto all’interno dell’appartamento è di classe e non razziale, non si è ancora detto molto. Se lo scopo fosse rifare il processo a Goody, eventualmente per assolverla di fronte a un piccolo pubblico di lettori, un filosofo morale avrebbe buon gioco, indossate le vesti dell’accusa, a chiedere per quale ragione il suo comportamento sia meno biasimevole, più comprensibile e giustificato, in quanto prodotto da odio di classe anziché razziale. Per Shetty, tutto sommato, i due casi non fanno molta differenza: in entrambi è punita per ciò che è e non per ciò che ha fatto, è condannata all’esclusione dal gruppo senza che le possa essere attribuita una colpa. Al filosofo morale interessa che ci sia una colpa, la violazione colpevole di una regola, una buona ragione che giustifichi l’esclusione dal gruppo. Sia nel caso di ostilità razziale, sia nel caso di ostilità di classe, una colpa del genere manca. In nessun caso Shetty è punita per ciò che fa.
O forse Shetty è punita soltanto perché ciò che fa la identifica per ciò che è: a giudizio di Goody, una borghese molto atteggiata e sussiegosa, che imita ciò che per lei è di gran classe. È odiata perché esibisce atteggiamenti e comportamenti, di per sé futili e non dannosi, che le appartengono e la identificano come membro di un gruppo (classe o etnia) nello spazio pubblico. Al di là della prospettiva giudicante del filosofo morale, al di là dell’anamnesi dei comportamenti all’interno dell’appartamento (del tipo, Shilpa ha detto questo, Jade ha risposto quello), la domanda sul perché Shetty subisca la violenza del gruppo assume ben altro interesse se si focalizza su questo meccanismo di riconoscimento e identificazione. Shetty non è punita o premiata per ciò che fa, ma per ciò che comunica quanto alla sua collocazione sociale, e così pure Goody, a ben vedere: ciò che importa, ciò su cui interviene il giudizio del pubblico e dei concorrenti, è essenzialmente comunicazione (Shetty: «non mi piace il modo in cui parla» e «io non uso quel linguaggio»; Goody: non sono razzista perché «parlo con tutti»).
Questo processo di riflessione sulla comunicazione produce “beni pubblici”, modelli positivi o negativi di comportamento in gruppo. Scegliendo Shetty, il pubblico riflette sulle ragioni, etniche o di classe, che hanno portato alla sua emarginazione dal gruppo dei coinquilini, rifiuta queste ragioni e ne sovrappone altre che giustificano l’esclusione di Goody: la peggiore del gruppo, la nemica del pubblico. Anche il giudizio del pubblico, come il giudizio dei membri dell’appartamento, risponde a un meccanismo di identificazione e riconoscimento: il “meccanismo dello specchio”, che riproduce un’immagine cui assomigliamo o non assomigliamo, cui vogliamo assomigliare o non vogliamo assomigliare. Il Grande Fratello produce ed è il prodotto di uno spazio pubblico in cui la violenza del gruppo si esercita sulla base di somiglianze e appartenenze: maggiore o minore conformità a un modello di riferimento, maggiore o minore pertinenza a uno spazio sociale legittimo, lo spazio prediletto dal pubblico. Esercitando un controllo sulle comunicazioni che hanno luogo nell’appartamento, il processo del Grande Fratello riflette e ridefinisce le linee di legittimità pubblica. È un meccanismo di costruzione del politico, un processo di ridefinizione, attraverso il dibattito e l’esclusione, dei parametri di riconoscimento pubblico.
Il Grande Fratello ci invita a osservare i criteri in base ai quali si esercita e si deve esercitare la violenza del gruppo, ma non per questo dobbiamo assumere il punto di vista interno al Grande Fratello, cioè la prospettiva normativa di chi giudica, la prospettiva del filosofo morale che difende o accusa Goody, la condanna o l’assolve. In quella prospettiva, ripeto, non c’è alcuna differenza rilevante fra violenza etnica e violenza di classe. Ma la differenza c’è, e anzi è l’unica cosa che importa, per chi si interessi al rapporto fra le ragioni, essenzialmente di classe, alla base dell’emarginazione di Shetty dal gruppo dei coinquilini, e le ragioni – tolleranza, difesa della convivenza multietnica – alla base della decisione finale del pubblico televisivo. In questa prospettiva, la traduzione e il fraintendimento di un conflitto di classe come conflitto interculturale è uno degli aspetti più notevoli della vicenda, qualcosa che la vicenda di Goody ci impone di prendere seriamente in considerazione.
Potremmo chiamarlo un “dispositivo multiculturalista”, che sposta l’attenzione dal conflitto di classe al conflitto fra culture e sostituisce la cultura alla classe come paradigma interpretativo dei conflitti sociali: svuota di senso la classe, come soggetto sociale e categoria interpretativa, e le sostituisce l’etnia. È un dispositivo di traduzione e fraintendimento profondamente inscritto al cuore del sistema massmediatico, politico e pubblicitario che ospita e produce il Grande Fratello, almeno a giudicare dalla reazione quasi unanime del pubblico alle vicende dell’appartamento. I media guardano al Grande Fratello aspettando, sperando e in qualche modo addirittura producendo un conflitto etnico. Se si tratta di ridefinire le linee di riconoscimento e legittimità pubblica, la classe non è né deve essere un parametro rilevante.

5. Violenza e pubblicità

Quali che ne siano le ragioni (odio di razza o di classe), una cosa è certa: la prima morte di Goody coincide con una violenza pubblica: l’intervista di Davina McCall è una gogna su pubblica piazza, il Grande Fratello è un supplizio mediatico. L’esclusione dei perdenti e la degradazione dei condannati sono decise all’esito di un processo, in modo legale, e la violenza colpisce la reputazione, l’immagine pubblica della vittima. Si tratta di una violenza pubblica perché è esercitata in pubblico e per il pubblico: è una violenza visibile e da vedere. L’attributo della pubblicità, così inteso, accomuna il Grande Fratello alla violenza ugualmente legale e pubblica della gogna e del supplizio, nonché alla violenza illegale ma pur sempre pubblica del terrorismo. C’è un elemento terroristico nel Grande Fratello, tanto più evidente quanto meno si è coinvolti nell’aspetto procedurale del pubblico che discute e delibera, cioè quanto più si è ai margini del pubblico del Grande Fratello, della sua audience.
La prima morte di Goody è conseguenza di un atto di violenza pubblica, ma è una violenza molto diversa da quella che siamo soliti associare al concetto di sovranità. Quando parliamo di violenza pubblica, di solito pensiamo alla sovranità, allo Stato: lo Stato moderno è sovrano perché esercita il monopolio della violenza pubblica su un territorio, o quantomeno pretende di farlo; sino all’altro ieri, i giuristi erano soliti dire che la sovranità dello Stato era la fonte di ogni pubblico potere, di ogni autorità pubblica. Solo lo Stato dispone della forza pubblica, e può perciò comandare, costringere, punire pubblicamente. Non a caso “pubblico” non vuol dire solo visibile, aperto, accessibile, ma anche statale. E da Foucault sappiamo che il sovrano si mostra in pubblico anche attraverso lo splendore terrorizzante dei suoi supplizi, lo spettacolo maestoso dei suoi palazzi, delle cerimonie solenni e delle sfilate in carrozza.
Bene, nonostante gli innegabili elementi di pubblicità, nel caso della prima morte di Goody non è in scena un potere sovrano. La Voce del pubblico che decide dell’esclusione dei concorrenti con giudizio inappellabile, è una figura della sovranità, certo, ma solo in forma di citazione ironica. Il pubblico-audience guarda all’appartamento per decidere, ma soprattutto per imparare, quali siano i comportamenti giusti, le virtù pubbliche, i modelli legittimati e vincenti. E le virtù pubbliche emergono da comportamenti privati, modi di essere a prima vista insignificanti, idiosincrasie personali e vizietti, i casi strani della vita, le più diverse vicende personali, eccezionali e curiose, o comuni e banali. Questo privato è sottoposto ad attenta osservazione e discussione pubblica: «sottrarre la vita privata allo sguardo pubblico», scrive Bauman, «non è più “nell’interesse del pubblico”».
Le miserie private degli ospiti dell’appartamento vengono sottoposte al tribunale di una ragione pubblica che su di esse discute e delibera. L’audience, questa figura del pubblico non-sovrano, o post-sovrano, ricorda lo sguardo “attivo” del potere sul pubblico tipico del sorvegliante, del medico, del maestro, piuttosto che lo sguardo “passivo” del pubblico sul potere, tipico della sovranità. Il pubblico del Grande Fratello non si limita a guardare, è davvero interattivo, e non solo perché vota e decide dell’esclusione dei concorrenti, ma anzitutto perché sorveglia. Osservando ciò che accade nella casa privata del Grande Fratello, l’audience apprende gli standard del governo della cosa pubblica, riconosce i criteri normativi di normalità, produce gli esempi di vita buona, o al contrario di vita infame, individua le patologie sociali.
Quindi, a ben vedere, nel caso di Goody non c’è una moltitudine che, raccolta in una piazza mediatica, osserva la gogna, non c’è il sovrano che le si mostra glorioso, terribile e magnifico; nel Grande Fratello non c’è sovrano. C’è invece un grande esperimento di psicologia dei gruppi, basato sulla spettacolarizzazione della vita quotidiana, che invita a controllare, riflettere, discutere sui modelli di vita buona, degna di essere vissuta, vigenti nel gruppo, e sui criteri normativi, desiderabili o biasimevoli, di normalità nel gruppo. Attraverso il Grande Fratello, la “società di controllo” riflette su se stessa.
Si noti che, a differenza del Grande Fratello del libro di Orwell 1984 – il Grande Fratello totalitario –, il nuovo Grande Fratello televisivo non vuole produrre l’“uomo nuovo”. Il Grande Fratello osserva e valuta le interazioni nell’appartamento, riconosce degli standard di moralità pubblica, definisce dei parametri di legittimità sociale, ma non produce identità forti e riconoscibili, coerenti, con un progetto di vita inscritto nella loro normalità: lo studente, il soldato, l’operaio, il militante, il cittadino… Sempre da Foucault sappiamo che, nella società moderna, queste identità chiare e riconoscibili erano il prodotto di istituzioni come la scuola, l’ospedale, l’esercito, la prigione, la fabbrica, tipiche di ciò che egli chiamava “sistema disciplinare”. Oggi, alle pratiche disciplinari si è affiancato, secondo Deleuze, un nuovo sistema di controllo, nel quale gli individui diventano «dividuali»: pure particelle di informazione, cifre, uomini «ondulatori» perché «messi in orbita, su un fascio continuo» di comunicazione. Nella società di controllo, come nel Grande Fratello televisivo, l’identità tende a farsi evanescente perché deve modularsi in base agli spazi che attraversa, ai codici che la scandiscono: per avere successo bisogna sembrare spontanei, apparire autentici, “fingere di non fingere”, stabilendo con il pubblico un contatto personale. La sfera pubblica è ora «il mezzo comune di una appropriazione divenuta privata: si entra così nei misti pubblico-privato che costituiscono il mondo moderno. Il legame diventa personale». Il contatto personale garantisce un controllo efficace e continuo: ognuno controlla se stesso e gli altri, tutti controllano tutti.
Nella società di controllo sei sempre in famiglia, a scuola, al lavoro, in caserma, in ospedale… non c’è più un “fuori”. E in modo del tutto analogo, nel Grande Fratello sei sempre a casa, prigioniero di una vita domestica futile, senza scampo e senza tregua, sotto gli occhi delle telecamere; sei sempre chiuso in una casa “privata”, da ben governare. Non sono più i molti (il popolo) a guardare l’uno (il sovrano), né sono i pochi (i sorveglianti) a guardare i molti (la popolazione), ma tutti guardano tutti e in base a queste osservazioni private orientano il proprio godimento segreto e il governo pubblico.
È qui in atto una colonizzazione del privato, ma anche una trasformazione del pubblico: c’è un privato-per-il-pubblico, cioè un privato che nasce solo per essere discusso in pubblico, e un pubblico deprivato, persino depravato, che si esprime solo come consenso o dissenso su questo privato, sulla sua inclusione o esclusione nello spazio dell’amato dal pubblico; un pubblico non sovrano, deprivato della dimensione pubblica, ridotto a audience morbosamente curiosa. Il Grande Fratello è un esperimento da sottoporre all’attenzione del pubblico, da studiare e discutere attentamente, in pubblico e anche in privato: fine della contrapposizione fra pubblico e privato, continuo sfondamento del pubblico da parte del privato, distruzione e produzione del privato da parte del pubblico e del pubblico da parte del privato.

6. Conclusioni

Il caso di Goody, sino alla sua seconda morte, al suo risarcimento o trionfo democratico, è evidentemente un racconto di delitto e castigo, la storia di una vita infame che potrebbe essere raccolta come un caso clinico o un apologo morale – ed è questa la chiave di lettura prevalente – o invece come la vicenda di una nuova Pierre Rivière, non più vittima degli apparati disciplinari ma di un dispositivo di controllo sociale – ed è la chiave di lettura che ho proposto. Un banale episodio di odio di classe e di bullismo – episodio assolutamente banale e privo di interesse, in qualche misura addirittura prescritto dalle regole del gioco – viene interpretato come espressione di razzismo. Ne nasce una discussione pubblica molto ampia, visibile e inclusiva. Tutti, nel Regno Unito e anche fuori, sono chiamati a formarsi un’opinione. Anche la politica istituzionale ne è sollecitata. Ed è chiaro, non si tratta certo di una faccenda privata fra Jade e Shilpa, né del godimento privato degli spettatori del Grande Fratello: il privato-per-il-pubblico costruito nel Grande Fratello è riuscito a produrre un bene pubblico – in questo caso, l’oblio della classe e un’etica multiculturalista del politicamente corretto. La creazione di questa virtù pubblica è sanzionata dalla premiazione di Shilpa Shetty come la prediletta dal pubblico e dalla punizione spettacolare di Jade Goody. Nel Grande Fratello, lo sguardo passivo del pubblico-audience si identifica con lo sguardo attivo del sorvegliante, e i rituali rappresentativi e teatrali della sovranità servono alla costruzione di un modello di normalità. Tutti guardano tutti, tutti controllano gli altri e se stessi – autocontrollo più o meno perfetto, certamente insufficiente nel caso di Jade Goody.

Pubblicato sotto licenza Creative Commons  Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 2.5 Italia. I dettagli di tale licenza si possono leggere al seguente indirizzo: http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.5/it/

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1 commento »

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